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di Giuseppe Mura
Una delle ipotesi più accreditate sull’origine degli Sherden, il Popolo del Mare che vanta il primato in termini di citazioni e raffigurazioni nell’antico Egitto dell’Età del Bronzo, identifica queste genti con i Nuragici della Sardegna. Quest’ipotesi è sostenuta prima di tutto dall’archeologia: solo la Sardegna ha restituito reperti con l’iscrizione del nome Srdn (seppure in altra lingua) e solo nell’Isola dei nuraghi sono state rinvenute le statuette in bronzo che riproducono fedelmente le fogge dei famosi guerrieri raffigurati nel paese del Nilo col loro tipico armamentario, cioè l’elmo con le corna, il piccolo scudo rotondo e la grande spada di bronzo.
Queste prove, se fornite da qualsiasi altro paese mediterraneo, sarebbero state sufficienti a rimuovere tutti i dubbi sull’origine degli Sherden, ma in Sardegna è d’obbligo (e non solo nel mondo accademico) spiegare tutto col Verbo dell’“esterofilia” che spiega tutte le manifestazioni culturali sviluppatasi nell’Isola, a partire dal Neolitico, riconducendole ad
influenze proveniente dall’esterno se non a vero e proprio dominio.
Questa forma di pensiero, impostosi sin dai primi studi archeologici praticati nell’Isola ha influenzato negativamente intere generazioni di studiosi e trova terreno fertile ancora oggi grazie anche ai preconcetti moderni che gravano sui Sardi: non è possibile che essi, si dice, viste le condizioni socio-economiche estremamente negative degli ultimi secoli, possano essere stati gli artefici di una civiltà evoluta come quella nuragica dell’Età del Bronzo.
Infatti, all’interno dell’ipotesi Sherden=Nuragici ecco il solito distinguo riduttivo: alcuni esperti, archeologi e non, pur accettando la presenza degli Srdn in Sardegna, sostengono che queste genti sarebbero originarie di una regione imprecisata dell’Anatolia e che si sarebbero insediate nell’Isola intorno al XIII-XII secolo a. C., imponendo naturalmente il proprio nome agli indigeni e al territorio.
In tal caso, evidentemente, gli Sherden raffigurati in Egitto non sarebbero identificabili con i Nuragici e gli stessi famosi bronzetti, navicelle comprese, raffigurerebbero i nuovi arrivati con le loro imbarcazioni.
A prescindere dal fatto che gli studi storico-archeologici e genetici sulla Sardegna non confermano affatto il presunto inserimento di una nuova etnia in una ormai consolidata struttura sociale dell’Età del Bronzo, i bronzetti della Sardegna si prestano ad altre considerazioni.
Quello rappresentato nella figura 1 mostra due personaggi definibili come “gemelli”, in quanto, oltre ad essere uniti solidamente alla stessa base, risultano addobbati allo stesso modo: sono scalzi, vestono le stesse tuniche, hanno la stessa pettinatura, indossano una corazzatura identica e sono muniti della stessa spada. Insomma, i due modelli si differenziano solo per il tipo di copricapo: uno porta il tipico elmo munito di corna, l’altro indossa una sorta di “berritta” che sporge, ripiegata, sulla fonte.
Ora, se il “cornuto” rappresenta uno dei tanti Sherden provenienti dall’Anatolia, quale etnia identifica il secondo, visto che nessuno fra tutti i Popoli del Mare raffigurati in Egitto porta questo tipo di copricapo? Forse si tratta di un parente del guerriero Sherden, magari arrivato in Sardegna perché ha presagito, con un anticipo di millenni, il futuro sviluppo turistico?
Escludendo quest’ultima ipotesi resta la spiegazione più semplice: il secondo individuo rappresenta un soggetto locale anche se, in tal caso, restano alcuni problemi. Ad esempio come spiegare la particolare forma di fratellanza che consente ad uno Sherden di farsi “ritrattare” insieme al povero indigeno vestito in armi come il nemico invasore? Siamo forse di fronte ad un formidabile caso di integrazione razziale da presentare con orgoglio ai posteri?
Ancora, se i bronzetti sardi (compresi i guerrieri con l’elmo munito di corna e le navicelle) raffigurano genti straniere, come mai mostrano con ostentazione i simboli appartenenti alle più antiche culture dell’Isola, come i cerchi concentrici e la spirale?
Come spiegare l’importazione in Sardegna dell’elmo cornuto? Il simbolo delle corna risulta raffigurato in maniera quasi maniacale in tutte le culture dell’Isola sin dal Neolitico Finale: la riproduzione delle corna nell’elmo, nelle protomi delle navi e negli edifici dell’Età del Bronzo è solo la logica conclusione di un pensiero simbolico evolutosi durante millenni.
Naturalmente gli Sherden, peraltro provenienti da un luogo imprecisato dell’Anatolia o dall’Oriente, avrebbero importato, insieme all’elmo cornuto e allo scudo circolare, la grande spada di bronzo. Come si spiega, allora, il rinvenimento in Sardegna (Decimoputzu-Tomba dei guerrieri di S. Iroxi) di numerosi modelli di spada del tutto simili a quello portato dagli Sherden in Egitto ma risalenti al 1600 a.C., quindi ad almeno tre secoli prima del presunto arrivo nell’Isola degli orientali?
Infine, le navicelle sarde riproducono il simbolo del nuraghe monotorre e complesso mediante l’albero (torre principale) e i quattro pali muniti di “pigne” (torri ausiliarie) che reggono la recinzione del ponte. Come giustificare la riproduzione dell’importantissimo simbolo degli indigeni su imbarcazioni che sarebbero da considerare un’importazione straniera?
Ma spostiamoci in Anatolia, paese che avrebbe dato origine agli Sherden. Come è noto, gli Ittiti amavano registrare accuratamente, con caratteri cuneiformi e in lingue diverse, i nomi delle genti che, volta per volta, partecipavano alle loro coalizioni nelle varie campagne di guerra. Ebbene, a detta degli esperti, tra le migliaia di tavolette incise rinvenute in Anatolia il nome Srdn è assolutamente inesistente.
Eppure gli stessi eventi di guerra sono registrati anche dalle fonti egiziane, come ad esempio nelle famose battaglie di Kadesh e di Isher tra l’Impero ittita e l’Egitto dell’inizio del XIII secolo a.C. Ebbene, in questi casi il nome Srdn è presente, ma per indicare la presenza valorosa di queste genti nelle fila dei faraoni!
Torniamo ai nostri “gemelli” e al particolare copricapo che ricorda “sa berritta”, piuttosto comune nelle statuette in bronzo rinvenute in Sardegna.
Erodoto narra di un popolo insediato nella Caria, regione dell’Anatolia occidentale bagnata dall’Egeo e fondata dai cosiddetti “Cari”, provenienti dalle isole Cicladi. Secondo lo storico greco i Cari, ai tempi di Minosse (intorno al 1450 a.C.), fornivano al regnante di Creta navi ben equipaggiate in cambio dell’esenzione dai tributi, in quanto godevano di grande prestigio ed erano “i più considerati durante quel periodo”.
Erodoto aggiunge che i Cari avrebbero adottato tre importanti invenzioni, poi applicate dai Greci: il fissaggio di “pennacchi sugli elmi”, la moda di scolpire figure sugli scudi circolari e le particolari “imbracciature” per utilizzarlo al meglio (Storie, I, 171).
Tucidide, altro grande storico greco, nel confermare la presenza dei Cari nelle Cicladi ai tempi di Minosse, prima precisa che erano genti “barbare” (quindi estranee al mondo greco) che abitualmente giravano armate e che furono scacciate dalle isole dal sovrano di Creta; quindi propone uno strano accostamento tra Cari e Fenici, entrambi considerati i pirati del tempo (La guerra nel Peloponneso, I, 4, 5, 6, 8).
Insomma, fonti diverse propongono l’esistenza di pirati che infestano il Mediterraneo nello stesso torno di secoli: quelle egiziane narrano degli Sherden che attaccano il delta del Nilo, quelle greche narrano dei Cari dipingendoli come genti barbare sempre in armi. Forse ci troviamo di fronte ai medesimi pirati e i Cari possono essere identificati con gli Sherden? In tal caso i nostri gemelli rinvenuti in Sardegna li riprodurrebbero entrambi.
Ne consegue che il copricapo tipo berritta potrebbe essere identificato con il “pennacchio sugli elmi” erodoteo inventato dai Cari. In realtà il copricapo indossato dal guerriero sardo non gode di una ricchissima iconografia: al di fuori della Sardegna e in area mediterranea risulta indossato quasi esclusivamente da uccelli generalmente considerati sacri, come quelli rinvenuti in Egitto e nel Vicino Oriente (e questo la dice lunga sulle frequentazioni degli Sherden-Nuragici in questi paesi sin dal XIV secolo a.C.).
L’unica rappresentazione di guerrieri in armi che indossano il tipico copricapo dei bronzetti sardi proviene da Pilo, dove la scoperta del palazzo di Nestore ha restituito i famosi affreschi murali datati intorno al 1300 a.C. Uno di questi affreschi raffigura dei guerrieri muniti di elmo a pennacchio, schinieri, lance e piccole spade che combattono contro genti rivestite di pelli (vedi figura 2).
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A prescindere dal pennacchio, l’elmo indossato da questi guerrieri ricorda il famoso copricapo a “denti di cinghiale” descritto dall’Iliade, per questo motivo sono stati generalmente identificati come Achei. Tuttavia il copricapo miceneo, secondo Omero, non era ornato dal pennacchio, ma dal cosiddetto “elmo crinito”, ad indicare un’acconciatura derivante dalla criniera del cavallo, peraltro notissima perché continuamente raffigurata dai Greci delle epoche successive.
Insomma, non è da escludere che l’affresco in questione rappresenti una delle tante incursioni di pirati Cari a Pilo. D’altra parte la posizione di questa città greca, crocevia nella rotta tra i due versanti del Mediterraneo, la esponeva a costanti pericoli provenienti dal mare. Tanto è vero che, circa un secolo dopo, la campagna distruttiva in Oriente dei Popoli del Mare (tra i quali gli Sherden), inizia proprio da Pilo, città collocata nella costa occidentale e meridionale della penisola ellenica.
La stessa mitologia greca su Talo vincola strettamente la Sardegna a Creta nel periodo che qui interessa. Questo Talo dalla testa di Toro, nato in Sardegna da una fusione di bronzo, era considerato il custode di Creta ai tempi di Minosse e, quando i Sardi tentarono di invadere il territorio cretese, li distrusse tramite un abbraccio infuocato ridendo malvagiamente in modo sardonico.
Per i Greci Caria, oltre ad essere la regione anatolica fondata dai Cari provenienti dalla Cicladi, era anche una divinità, chiamata Car o Meti, la dea della saggezza identificata con la madre Luna che dette i natali a Cher (noto anche come Car o Q’re, cioè il dio del sole Apollo).
Nella Sardegna antica il culto al dio Sole, identificato nel Toro (ancora le corna) risulta antichissimo e consolidato; ancora oggi la radice “Car-Kar” è diffusissima nell’onomastica e nella toponomastica dell’Isola.
In conclusione, quando si citano i toponimi dell’Anatolia, quali le città di “Sardi” e “Caralis”, per dimostrare l’arrivo degli Sherden nell’Isola dei nuraghi occorre prestare attenzione, perché è molto probabile che questi nomi derivino semplicemente da insediamenti nuragici in Asia Minore, non viceversa.
In tal caso le fonti che narrano di trasferimenti di anatolici in Sardegna potrebbero indicare semplicemente delle “Nostoi” nuragiche; d’altra parte le stesse fonti dell’Asia Minore mostrano di avere una conoscenza insolita delle possibilità offerte dalla Sardegna in termini di accoglienza (vedi Biante di Priene a proposito delle ricchezze), conoscenze che, molto probabilmente, furono acquisite direttamente dai Sardi provenienti dall’Isola.
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